In questa settimana ogni media che ho consumato mi ha riportato alla stessa parola: cambiamento.
Fino a pochi anni fa quando pensavo al concetto di cambiamento era un termine che associavo a una specie di fallimento, come la conseguenza di un piano/lavoro/relazione in cui avevo naufragato, dovendo quindi successivamente cambiare strada. Nel mio processo mentale quindi era un qualcosa che in modo illusorio dipendeva esclusivamente da me ed era il catalizzatore e la conseguenza esclusivamente delle mie azioni.
Ho appena finito la serie “Lessons in Chemestry”, basata sul romanzo di Bonnie Garmus. La storia vede protagonista la chimica Elizabeth Zott, la cui carriera viene interrotta a seguito dei pregiudizi di una società fortemente patriarcale. Senza andare nei dettagli per non spoilerare la serie, dopo una serie di eventi la protagonista finisce per avere un suo show di cucina. Per Elizabeth la chimica è, per definizione, la scienza del cambiamento, e la cucina ne è la prova pratica: applicando calore ed energia, le molecole rompono i propri legami per trasformarsi in qualcosa di completamente nuovo e migliore. Durante la serie Elizabeth usa questa analogia scientifica per spiegare alle sue spettatrici che la loro condizione sociale non è un elemento fisso o immutabile, incoraggiandole a rompere i vincoli imposti dal patriarcato e a innescare una reazione chimica nella propria vita per reinventarsi e autodeterminarsi.
Partendo dal fatto che tutto l’aspetto scientifico della vita non è mai stato il mio ambito di studi primario, spesso trovo conforto nelle prove scientifiche che reggono gli ideali filosofici e teologici che porto con me. Non ho mai pensato che scienza e fede si opponessero, ma che semplicemente spiegassero due sfere della condizione umana diverse e che, spesso, una non escludesse l’altra. Nella serie si cita che la scienza sia il “come” e la fede il “perché”. Ci sono state fasi della mia vita in cui una prova scientifica è stata la rassicurazione che mi serviva legata a ciò che stava accadendo ed altre in cui la fede mi ha tenuta intera.
Nel momento in cui ho iniziato a vedere il cambiamento come un naturale fenomeno della vita e non una conseguenza dei miei fallimenti ho trovato una sorta di pace nella possibilità che la mia vita venga stravolta di nuovo, poiché ciò comporta la possibilità di continuare a vivere ed esistere in questo mondo. La natura della vita di ognuno di noi e di qualsiasi elemento ci circondi è quella di cambiare. In questo senso la scienza mi da, in qualche modo, la libertà di continuare ad avere fede nella vita.
Come dice Elizabeth: “L’unica variabile costante in una reazione chimica è il cambiamento. Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento, sia in noi stessi che nelle circostanze che ci circondano.”
Questo luglio per me parte dall’accettare che vivere equivale a cambiare senza che il termine porti in sé un’accezione positiva o negativa poiché cambiare non è niente di più di un semplice processo chimico della vita, uno ai quali non possiamo che arrenderci. Un processo che in quanto tale non può diventare il nemico tanto quanto un alleato, semplicemente esiste così come esistiamo noi stessi.


